AIUTO, NON RICONOSCO PIU’ MIO FIGLIO

Niente paura, non si tratta del riconoscimento di un cadavere bensì dell’appello accorato di una mamma dopo una marachella del figlio adolescente. Sono in gruppo, sabato sera dopo la fine della scuola quindi con il permesso di stare fuori un po’ di più assieme agli amici. E’ estate e fa caldo. Non sanno bene cosa fare, vagano in su e in giù per le strade senza una meta precisa poi uno dei ragazzi propone di andare a lanciare gavettoni dal quarto piano, ovvero casa sua che è libera. I genitori sono entrambi al lavoro, la sorella è fuori con le amiche, la nonna probabilmente guarda la tele.  Tutti d’accordo, vanno a casa dell’amico, prendono i palloncini, quelli usati per la festa di compleanno e li riempiono d’acqua, si portano sulla finestra e iniziano a lanciarli sulla strada. I passanti vengono colpiti e inizia un gran trambusto.

Ovviamente i ragazzini vengono scoperti, fatta una denuncia e finiscono tutti al commissariato.

Alcuni genitori cercano di giustificarli dicendo che sono le solite ragazzate, che hanno imitato Scherzi a parte e cose simili, altri invece sono seriamente preoccupati. Uno di questi  è la mamma che mi si è presentata in consulenza dicendo che davvero non riconosce il suo ragazzo. Lo hanno punito, niente “Estate insieme“, andrà invece a dare una mano allo zio in officina meccanica, con il caldo e tutto il resto.

Mi è sembrato importante questo polso duro, c’è la necessità di aiutare i ragazzi a prendersi le responsabilità e a rendersi conto che non è tutto un gioco, dall’altro lato però ho cercato di spiegare alla mamma che purtroppo certe sciocchezze fanno parte di quella fase di crescita che rende i ragazzini molto vulnerabili. Non si tratta di cattiveria, non si tratta di mala educazione, si tratta di immaturità. A partire dal loro cervello. Sono imprevedibili e iniziano quel processo di mentalizzazione che però è lungo, faticoso, che richiede una grossa elaborazione cognitiva. Non tutti crescono allo stesso modo, non tutti riescono a prendere le distanze dal mondo adulto familiare in maniera lineare.

Ricordo un passaggio di J.N. Giedd apparso su Le Scienze (“Le meraviglie del cervello adolescente” agosto 2015 pag. 52): Il cervello del teenager non è difettoso, e non è nemmeno un cervello adulto pronto a metà: l’evoluzione lo ha modellato perché funzionasse in maniera diversa da quello di un bambino o di un adulto.

Capita che ragazzo e genitore vivano una sorta di vita parallela, dove entrambi sono diversamente giovani (è il caso del genitore che giustifica il comportamento trasgressivo), entrambi presi dalla fatica di crescere, uno come ragazzo che entra nel mondo adulto e l’altro come adulto che non vuole abbandonare la vita giovanile. C’è una carenza di modelli di riferimento, gli adolescenti hanno bisogno di adulti – genitori, insegnanti, educatori – che sappiano che cosa significhi autorevolezza. Non possono esistere genitori amici.

Dunque quella mamma deve essere rassicurata, il figlio sta crescendo e nella sua immaturità si è lasciato trascinare e non  ha usato a sufficienza il suo cervello. Il lavoro con lo zio meccanico gli schiarirà senza dubbio le idee. Attenzione però a non esagerare, è necessaria una mediazione tra lavoro e tempo lieve, è in vacanza da scuola, va dato spazio anche a un tempo per sé . La lezione verrà imparata senza dubbio.