ANNUALITA’ ASANA

ĀSANA, OVVERO IMPARARE AD ESSERE E NON A FARE

 

Le āsana, (posizioni), essendo la prima componente dello hatha (yoga) sono trattate per prime. Le āsana apportano stabilità, salute e leggerezza.

(Svātmārāma, Hathapradīpikā, Lezione prima, n. 17

Edizioni Libreria editrice Psiche, pag. 29)

 

Iniziare l’annualità di Āsana è in qualche modo fare sintesi di tutto ciò che si è appreso nei 6 anni precedenti per verificare se, nel momento in cui ci si pone in atteggiamento yogico ci siamo o facciamo finta.

E’ questa la questione fondamentale, almeno secondo la mia esperienza.

Fare o essere?

Abbiamo esplorato in lungo e in largo, negli anni precedenti, il respiro e i suoi vari significati. Abbiamo lavorato sul corpo conoscendo la materia di cui è fatto e cercando di immaginare sentieri e percorsi stando dentro la tradizione. Abbiamo potuto sperimentare il movimento come opportunità di condurre la mente dentro il corpo. Ma abbiamo anche dialogato con le potenzialità che spesso dimentichiamo di avere o non sapevamo di avere.

L’anno di Āsana potrebbe essere una cartina di tornasole: che cosa è asana?

A seconda della risposta che riusciremo (anzi che riuscirò) a dare capirò se si tratta di una forma corporea, un illusione o un momento rigenerativo per la mia quotidianità.

Sono sempre più persuasa che i momenti sul tappetino sono una e bella e sana routine che mi consente di stare “sul pezzo” nella mia vita.

Āsana è sperimentare una totalità dove la mente sa condurre il respiro per attivare un movimento, la mente sa stare centrata su di un particolare aspetto. La mente crea un’intenzione e la sviluppa ben sapendo che sta allenando se stessa per portare fuori da quel momento “protetto” l’esperienza fondante della propria esistenza.

Āsana è imparare a vivere la propri vita nella dimensione dignitosa di essere umano.

E nella quotidianità significa molto “banalmente” saper stare con se stessi, padroni della propria storia, delle proprie emozioni.

Vivere la vita con la capacità di accettare anche ciò che non ci piace ma con l’attitudine a poter cogliere quella dimensione di bellezza che c’è comunque, anche quando sembra essere molto nascosta.

Āsana è saper riconoscere ciò che c’è attraverso vidyā e non attaccarsi ad illusorie forme dove la verità non c’è se non nel mondo fantastico.

Vivere āsana in questo modo è poter riconoscere ciò che c’è nel proprio quotidiano, evitando di rinchiuderci dentro un mondo virtuale che non sa più tenere conto dell’umanità e della verità.

Āsana è corpo reale e non immaginato, è dare forma ad un corpo che è il mio corpo con i suoi limiti, le sue risorse, le sue potenzialità.

Forse in tutto questo sta anche la risposta alla domanda che puntualmente i maestri fanno: perché hai iniziato a fare yoga?

Inizialmente la risposta non c’era o era banalmente legata ad un benessere fisico più ideale che reale, ora la risposta può essere proprio tutto quanto scritto sopra.

Faccio yoga perché sto imparando a essere yoga.

INDIVIDUAZIONE E CAPACITA’ DI STARE DA SOLI NONOSTANTE LA MASSA

 

“La necessità di individuazione è una necessità naturale; infatti la inibizione dell’individuazione da parte di un preponderante o esclusivo adeguamento ai principi della collettività significa una compromissione dell’attività vitale individuale “

C.G.Jung, Tipi psicologici, Newton Compton editori, Roma, 1993, pag361

 

Jung pone una questione essenziale nella maturazione della consapevolezza di sé, c’è una necessità di individuazione che risulta sempre più difficile anche se assolutamente necessaria. Non essere consapevoli di un proprio sé, non sapere stare dentro la propria pelle e la propria storia, spesso cercando di fuggire per aderire a mondi diversi e “altri” è una componente ricorrente negli ultimi anni. Come ci sollecita lo psicanalista però questa individuazione è fondamentale e il percorso, la pratica yoga può aiutare a raggiungere un obiettivo così importante.

 

PINO O ABETE?

La metafora che ci è stata proposta del pino come albero che sa bastare a se stesso fa il suo effetto, si tratta di un albero imponente che tende verso il cielo e non ha paura della solitudine.

L’edera non lo attacca perché i suoi aghi sono acidi e il terreno attorno diventa impossibile per qualsiasi altra pianta.

A dirla tutta io amo di più gli abeti, che tutto sommato sanno stare da soli e non vengono infestati ma sono anche più capaci di stare in gruppo, di condividere uno spazio intrecciando le loro radici per sostenersi a vicenda. L’abete è più comunitario, il pino un po’ più narcisista. E poi gli abeti appartengono a tradizioni nordiche più affini al mio essere. Ma questa è un’altra storia.

Alberi e preferenze a parte, l’archetipo del pino richiama 3 punti fondamentali del saper/poter costruire il proprio posto nel mondo.

Nel momento in cui si riesce a trovare il proprio radicamento, il fulcro del proprio essere e la capacità di scegliere/orientare i propri pensieri penso si possa dire di essere molto vicini alla realizzazione di un obiettivo fondamentale: essere sé stessi.

 

CONSAPEVOLI DEL PROPRIO STARE AL MONDO

Essere sé stessi consapevoli del proprio saper stare al mondo, senza cedere all’impulso di seguire la marea come un gruppo di pesciolini trascinati dalla corrente è un bell’affare.

Il respiro ci rende consapevoli di un corpo che trova il suo radicamento, per essere sempre presenti nel qui e ora e capaci di affrontare tutto ciò che la vita ci pone davanti.

La shakti è quella potenza/forza che rende capaci di stare nella vita a testa alta, sapendo gestire la propria emotività, senza paura di incappare in percorsi tortuosi.

Nella pratica, si tratta la possibilità di trovare 3 punti base su cui orientare la mente per attivare il prana.

Come abbiamo visto nella proposta legata al pino, orientare il respiro e l’intenzione dell’asana verso la base, il radicamento del bacino, l’appoggio fondante a terra è un punto di partenza che non deve appartenere solo al tempo del tappetino.

Se riesco a considerare sempre il mio radicamento, la mia appartenenza alla terra che mi sostiene e sulla quale so di poter contare difficilmente avverrà un’individuazione certa, è necessario un processo conscio di differenziazione, è necessaria appunto l’individuazione.

Il sostegno della terra è la prima parte per questo percorso che può farci dire io ci sono, sono forte, credo in me stessa”.

Il secondo punto saliente è il kanda dell’addome, anche qui la necessità di sentire che c’è un vuoto e un pieno, un fulcro centrale che ha la facoltà di farmi sentire centrata. Riconoscere il centro del proprio essere è sapere di poter stare dentro un equilibrio che non è virtuale ma reale, il respiro portato giù fino al perineo e poi fatto concentrare all’interno dell’addome, dove si riscontra un calore che nasce da dentro, fornisce forza e potenza. Una forma di shakti che va a confermare un radicamento e un desiderio di sostenere un IO in maniera profonda.

Ultimo passaggio salire per confermare la capacità di stare dentro un mondo dei pensieri, espandere il torace, perfezionare l’apertura del costato e consentire al corpo di rispondere alla possibilità di ampliare i suoi orizzonti.

 

TRE SPAZI VUOTI

A quel punto la proposta della pratica è di generare tre spazi vuoti. Senza il pieno non si può assaporare e concepire il vuoto. Senza essere passati per la consapevolezza di un pieno non si può creare il vuoto.

È la legge dei contrari, nessuno capirà la tenebra se non avrà prima incontrato la luce così come nessuno capirà il calore se non avrà conosciuto il freddo.

Dopo aver sperimentato il pieno arriva il momento in cui arriva una consapevolezza mentale, una centratura che si allinea fino a ritrovare, grazie all’archetipo del pino, il sottile significato di un asse che mi aiuta a stare dentro una sintonia globale, si sviiluppa Merudanda, ed è lì che riconosciamo la saldezza e la profondità, la centratura e la sicurezza.

L’archetipo del pino, la pratica dello yoga può condurre a diventare individui riconoscendosi diversi ma connessi con i propri bisogni e con la propria umanità, una capacità di nutrire psichicamente la vita stessa e al contempo sentirsi parte di un tutto che trova il suo significato nel riconoscimento della Pace e dell’armonia.

MONTAGNA: SOLIDA E SOLA, OVVERO POTENTE

 

Bisogna essere molto forti per amare la solitudine.

Pierpaolo Pasolini da Trasumanar e organizzar , Garzanti, Milano, 1971

 

E’ un’esortazione ed una preoccupazione questa di Pierpaolo Pasolini, la solitudine può spaventare mentre la proposta di meditazione legata allo yoga della potenza propone l’esatto contrario. La solitudine come una forza che scaturisce da dentro, una shakti che consente di essere fermi e saldi.

Questa meditazione è senza dubbio la “mia meditazione”, l’ho praticata un sacco di volte dal momento in cui i maestri l’hanno proposta, la sento come mia e sento che ogni asana, per quanto sia una piccola dimensione della pratica mi aiuta a stare dentro quella cornice di solitudine vista come forza. Uso il termine forza non intendendo qualcosa che prevarica, che suscita invadenza bensì qualcosa che rende potenti.

L’archetipo della montagna mi appartiene. Ho scritto e continuo a scrivere di montagna perché è il mio yoga, è la mia strada, la mia via.

Mi è stato molto facile identificarmi con la montagna, la saldezza del suo piede (è così che chiamiamo la base del monte), la solidità del suo fianco, la potenza della sua elevazione, l’iraggiungibile raggiungibilità della sua vetta.

Io arrampico ed è questo forse il motivo per cui identificarmi con la montagna è stato facile.

Facile nella sua complessità, nel respiro che condivido con la roccia, nella verticalità che mi fa sentire un tutt’uno con quell’asse della terra, quel mitico Monte Meru che attraversa tutto il mio essere e oltre.

Non può esistere meditazione migliore per me.

A parte la visualizzazione fin troppo semplice – Bonatti ci dice che ognuno ha le sue montagne ed anche io ho la mia – i passaggi successivi sono stati quasi automatici.

Il respiro entra a far parte del tutto ed io mi sento respirata dalla montagna, dalla natura, dalla roccia stessa.

E sento che sto respirando con la natura in una fusione che non è intellettuale ma cosmica.

 

UN TEMPO MI SENTIVO PICCOLA

Una cosa interessante ho scoperto grazie a questa proposta di meditazione. Io arrampico da moltissimi anni, la montagna è la metafora della mia vita, gli alti e bassi dell’esistenza, i sentieri per salire, le vie non sempre facili e la possibilità di scoprire che si deve tornare indietro, imparando a gestire la frustrazione della sconfitta. Tutto questo fa parte e ha fatto parte della mia esistenza. La montagna è sempre stata quel termine di paragone con tutto quello che mi accade. Con l’esperienza della montagna ci sta tutto, la fatica e la soddisfazione, il raggiungimento di un obiettivo o la sconfitta, il bisogno di solitudine e la necessità di rinunciare, l’affrontare le intemperie così come i pericoli. E’ vita, insomma.

Con questa meditazione però ho scoperto qualcosa che non conoscevo.

Mi sono sentita sempre molto piccola nei confronti della montagna, ogni esperienza per quanto gratificante mi lasciava in uno stato di silenziosa deferenza nei confronti della grandezza della natura e della montagna stessa. Non importa se un monte di 1000 o di 4000 metri.

Con questa pratica ho scoperto che non mi sento più piccola, sento che arriva una potenza da dentro, qualcosa che mi fa assimilare la forza stessa della montagna e la solitudine che spesso io ricerco quando vado lassù è una caratteristica che mi rende più solida.

Non sono più piccola e sono montagna, sola nella splendida grandezza di cui faccio parte.

L’ARIA NON MI SOLLEVA, MI ELEVA.

 

Manas e Prâna sono mescolati l’un l’altro come latte ed acqua, e la loro attività è uguale. Dove c’è il Prâna, c’è attività del Manas. Dove c’è il Manas, c’è attività del Prâna.

Hathayogapradipika, IV,24

 

Il concetto di elevazione possibile solo se si ha una vera e salda base di appoggio mi porta ben oltre il tappetino. Certamente nella pratica avere una base di appoggio solida, dove la terra sostiene e contiene, consente di fornire quella spinta propulsiva che parte da sotto per andare in su, verso l’alto. L’intenzione è quella di prendere la forza dalla terra per farci attraversare fino a creare quello stiramento piacevole e necessario che non ha bisogno né di sforzo nè di tiraggi. Non prendo nulla dall’alto, l’aria non mi solleva , è la terra che mi sospinge.

Un esercizio proposto nel quinto incontro mi ha incuriosito più di altri, la spinta della mano terra consente al bacino di sollevarsi grazie allo stiramento dell’altro braccio che si allunga all’infinito consentendo al bacino di essere sollevato per inerzia, completamente privo di sforzo.

Un Asana che ho trovato particolarmente piacevole e che mi ha lasciato una sensazione energizzante, ma mi ha anche stimolato molte riflessioni.

 

BOWLBY E LA BASE SICURA

 

Non posso non affiancare la mia pratica sul tappetino a tutto ciò che riguarda la mia vita. Un pensiero sull’appoggio sicuro mi fa pensare alla teoria dell’attaccamento di Bolwby[1]. Se un bambino non conosce l’attaccamento sicuro con le sue figure primarie farà fatica ad elevarsi. È una metafora stupenda, lo yoga lo dimostra. Non si tratta di un movimento , non è solo percezione corporea e corpo nello spazio, è relazione, è vita. Un bambino trova nell’attaccamento sicuro quella base di appoggio su cui poter costruire tutta la sua storia. L’attaccamento è come la mano terra o il piede terra.

 

JASPERS E IL SUO APPOGGIO

 

Anche nel mondo della filosofia l’appoggio per alcuni autori è il fondamento su cui contare per potersi poi elevare. Ecco che Karl Jaspers [2] sintetizza così: ” …Essere se stesso nel mondo e davanti alla trascendenza. Nel circolo che si costituisce tra il se- stesso e l’auto riflessione oltrepassante, un circolo che può anche svuotarsi, mi si offre un punto di appoggio per elevarmi al di sopra del mio esserci nel mondo, ma io spezzo il circolo solo di fronte alla trascendenza. Io sono nulla quando sono solamente”.

Potranno sembrare voli pindarici in realtà sia il pensiero filosofico che quello psicologico mi stimolano a riflettere sull’importanza di un appoggio per costruire un senso. Anche la piccola pratica quotidiana aiuta a rispondere alla domanda: perché yoga? In base a quello che sei, che conosci, che sviluppi, che coltivi, la risposta si trasforma in un semplice ” perché è vita”.

Sul tappetino accade qualcosa di speciale dove la fusione tra il proprio essere nella sua totalità diventa o si manifesta, aiutandoti a comprendere che tutto si tiene e  tutto si intreccia.

 

[1] John Bowlby, Una base sicura, Raffaello Cortina editore, Milano, 1989

[2] Karl Jaspers, Filosofia, (1931) , Mursia, Milano, 2016

EFFETTI “COLLATERALI” DELLO YOGA

 

Colui il cui io è stato trasceso dalla pratica yoga, vede il Sé in tutte le creature e tutte le creature nel Sé; cosí dappertutto egli vede l’Unità

Bhagavad Gita, Il Canto del Beato, VI – 29; Ed. Asram Vidya, Roma, 1974

 

Quando si assume un farmaco la prima cosa che si va a guardare è l’eventuale interazione con altri farmaci o gli effetti collaterali che possono manifestarsi con il suo uso. Si spera sempre che non ve ne siano e si assume con fiducia il rimedio.

Quando si inizia un cammino dentro il vasto e profondo mondo dello yoga si parte solitamente da un sintomo: dormo poco, ho dolori, sono stressata, devo rimettere a posto la mia vita.

Il sintomo pretende una risoluzione immediata e talvolta là si ottiene con la pratica.

La ” cura” è appunto la pratica è in base a quelle che sono le magagne di partenza può essere più o meno risolutiva.

Chi ha come sintomo una forte tensione o degli acciacchi tensivi può trovare sollievo da pratiche di allungamento e dalla possibilità di imparare a respirare in un certo modo.Personalmente sono dubbiosa sulle pratiche con relative risoluzioni, mi chiedo se stiamo parlando di yoga oppure no.

 

EFFETTI COLLATERALI

 

Chi pratica yoga perseverando, attivando quella disponibilità interiore al cambiamento e ascoltando il proprio corpo in continua risoluzione e lenta trasformazione potrà rilevare alcuni ” effetti collaterali”.

Le lezioni e le proposte fatte nei lunghi e al contempo brevi anni di formazione, sette -numero sacro e simbolico – inizia ad accorgersi di qualcosa. Io li chiamo effetti collaterali perché penso che sia prematuro parlare di esiti efficaci della pratica.

1-Attenzione: la pratica costante consente di allenare la “scimmia impazzita” manas, portandola a stare il più possibile “sul pezzo”. È una cosa estremamente utile perché aiuta a non dimenticare le chiavi di casa, di comperare la carta igienica, di sbagliare strada perché dispersi in più pensieri contemporaneamente. Si impara pian piano a non credere al fatto che si possa essere multitasking.

2-Vairaya -aplomb: la pratica costante aiuta a prendere un certo distacco dalle emozioni più ingombranti come l’euforia, la rabbia,la sopportazione, l’invidia. È una competenza molto utile, ti consente di non mandare a quel paese il vicino, non gioire eccessivamente per un successo ottenuto, non guardare sempre l’erba del vicino pensando che sia più verde della tua. Riesci non a dominare, cosa che procurerebbe uno stress indicibile, ma a guardare con distacco, e scegliere la comunicazione da adottare, con calma, senza fretta.

3-Com-passione: la pratica costante ti fa fare esperienza di appartenenza ad un tutto.Fai parte di un universo e con il Pranayama scopri di essere respirato e non di respirare. É una competenza che ti riporta al concetto di “appartenenza” e di umanità. Nel momento in cui sentì di essere parte di affini l’empatia. È utile nel momento in cui sai che puoi essere una parte importante delle collettività, agire e non lasciar fare, diventare ed essere cittadino facendo la tua parte.

 

TUTTO E’ IN TORSIONE NELL’UNIVERSO

 

Se ci si muove stimolati dalle cose esterne, questo è l’istinto dell’essere. Quando ci si muove senza venire stimolati dalle cose esterne, questo è il movimento del cielo.

 

Il segreto del fiore d’oro – Bollati Boringhieri, Milano, 2016 (prima ed. It.1981) pag.126

 

La riflessione per la settima lezione di Asana parte da una frase di Françoise: se pensate all’universo, tutto si muove in torsione. Abbiamo praticato alcuni asana considerando la torsione quale elemento fondamentale di tutto un lavoro interiore. Abbiamo lavorato su noi stessi e sulla percezione dell’IO partendo dalla respirazione toracica dove per torace non intendiamo solo il costato anteriore ma soprattutto quello posteriore. La lezione pratica è andata via con la massima concentrazione sul corpo, il lavoro dei muscoli, le attivazioni delle catene posturali.

Poi si rientra a casa e si riprendono le dispense, si ripete la lezione mettendosi sul tappetino e tentando di comprendere anche senza la presenza del maestro. E’ questa attivazione che favorisce il lavoro che deve essere portato fuori dallo spazio sacro del tappetino, per diventare vita.

Come difetto mio fondamentale, non mi basta mai sperimentare con il corpo, non mi basta vivere mettendo in pratica, ho bisogno di capire e di approfondire, ho bisogno di studiare e di cercare sempre nuovi stimoli per far diventare quella pratica sul tappetino Vita e significato significante per il mio quotidiano.

 

La mia curiosità

La frase di Francoise sulla torsione ha continuato a balenare in testa, ho iniziato a verificare che, in effetti, il lavoro in torsione accompagna tutta la nostra gornata, i nostril movimenti, le azioni da quelle banali a quelle più complesse. Poi, mi sono detta, anche i nostri pensieri lavorano in torsione, si avviluppano senza necessariamente diventare vritti, si concatenano e danno forma a ulteriori ragionamenti. E andando dietro, inseguendo questi pensieri mi è balzato alla mente un testo che mi è caro, “Il segreto del fiore d’oro” con commento di C.G.Jung.

L’ho letto più volte e mano a mano che procedeva il corso di approfondimento con gli insegnanti yoga ho visto i limiti dei commenti di Jung ma ho colto anche tante piccole cose che forse nemmeno lui sapeva di aver colto.

 

Il mandala

Una di queste c’entra con la torsione. Uno dei mandala che sono contenuti nel libro (tavola 8) parte da un neonato inserito nella sfera di luce e attorniato da un vortice di colori in torsione. Jung lo ha interpretato come “il bambino nella vescica germinale con i quattro colori fondamentali durante il suo moto rotatorio”. Mi soddisfa anche questa defiinizione ma ancor più ci ho trovato l’origine stessa del creato, del mondo che dir si voglia. Quel germe che, mitologicamente parlando, ha fatto scaturire quell’inizio da cui poi è derivato il mondo intero.

Perchè ho voluto fare questa sottolineatura?

Per me è semplice, non ha alcun significato mettersi sul tappetino a costruire forme se non ci si sente parte di un unico grande moto che interessa tutti gli esseri viventi. Yoga per me è appartenere a questo universo, nella mia piccola forma umana che trova consapevolezza maggiore quando, attraverso il respiro, l’attivazione del prana, la volontà, trova la coscienza per definirsi un piccolo pezzettino di un Tutto. Molecole, non cerco altro, ma le stesse molecole dell’Universo.