CAFARNAO, TROPPA ROBA IN OGNI SENSO

Cafarnao è una città posta sul lago di Tiberiade, il suo nome significa “Città della consolazione” ma non è certo questo che appare nell’intenso film della libanese Nadine Labaki. Con il termine cafarnao si intende anche un luogo di confusione, un ambiente dove c’è tanta roba alla rinfusa, un ammasso di tante cose diverse delle più disparate. Questo si dà pienamente il senso di questo film. Si viene letteralmente sommersi da una quantità incredibile di cose, da quelle materiali a quelle emotive. Mi vien da dire che c’è davvero “troppa roba”, soprattutto a livello emozionale. Quello che salta immediatamente agli occhi è la povertà estrema che i protagonisti vivono. Una povertà economica, culturale, valoriale, di senso. Sporcizia, deprivazione di ogni tipo, fatica a sbarcare il lunario in un contesto talmente squallido da sembrare inventato. Purtroppo sappiamo che la realtà supera di gran lunga quello che l’occhio della regista ci vuole mostrare.

Ne scrivo su questo mio spazio settimanale perché è un film che mi ha colpito molto. Prima di tutto un messaggio forte, di speranza: i bambini hanno potenzialità inaudite, hanno capacità di resilienza incredibili, sanno prendersi cura (in questo caso di un bambino più piccolo ma talvolta anche degli adulti). Il giovane Zaid, dodicenne (forse), protagonista di questa favola che rasenta l’assurdo è un bambino coraggio, che sa affrontare cose tanto più grandi di lui e ce la fa a superare prove che metterebbero al tappeto qualunque adulto. Zaid supera prove un po’ come ogni eroe è portato a fare e la battaglia che combatte è enorme, davvero ciclopica. Zaid denuncia i suoi genitori, li porta in tribunale con un’accusa micidiale: li accusa di averlo messo al mondo, di averlo fatto nascere e crescere senza identità e senza dignità.

E’ il tema del maltrattamento ai minori il filo portante di tutta la vicenda. La regista non fa lo sconto a nessuno ma al contempo ha un occhio addirittura poetico su alcune questioni.

Non manca l’aspetto favolistico, c’è un improbabile “uomo scarafaggio” che ci riporta al pensiero magico infantile all’interno di un luna park, luogo quasi simbolico che diventa paradigma di tutto ciò che viene negato ad un bambino povero.

Ci sono botte e parolacce ma anche sguardi buoni e accoglienti, come quello della giovane madre etiope che prende Zaid nella sua baracca.

E’ una storia a lieto fine, se così posso azzardare, il sorriso di Zaid ripaga per tutta la sofferenza che fa vivere allo spettatore (e gli fa sentire felice di essere nato da questa parte del mondo).

E’ un film crudo, difficile, che fa rimestare le budella ma va visto, perché non si può continuare a mettere la testa sotto la sabbia. Il Libano – che è la terra dove la pellicola è stata girata – è simbolico. Anche in Italia ce ne sono di situazioni estreme, dove i bambini sono picchiati, maltrattati, inseriti in una povertà culturale da far rabbrividire. Spesso però è più comodo fingere che non esistano di queste situazioni.

Invece ringrazio Nadine Labaki per aver acceso questo faro. Non si può restare indifferenti, è necessario farci tutti portavoce di un tema- il maltrattamento all’infanzia – sempre drammaticamente attuale. Come mi ritrovo spesso a dire: da genitore, da mamma, da educatore e professionista, non posso pensare che la storia e il dolore degli altri non mi appartenga almeno un pochino. E’ faccenda di tutti. Come dicevo, è un film da vedere ma tra adulti, vietato portare i bambini.