GIOVANI ADULTI, PROGETTO DI VITA E INTERFERENZA GENITORIALE

Mi occupo della fascia di età 0-18 questo è ormai risaputo, capita però che arrivi qualche richiesta di un genitore per un figlio oltre i 18 o 20 anni, si accetta e si considera il tema come appartenente ancora alla sfera familiare. Quando la richiesta arriva da un adulto per “gestire” un venticinquenne o un trentenne allora la storia cambia.

E’ vero che l’adolescenza si è dilatata, è vero che il nostro welfare ci fa tenere in casa i figli fino a tarda età ma mi viene da dire che l’azione educativa o la strutturi prima (ben prima dei 18 anni intendo) oppure credo che non ci sia molto da fare.

Un giovane adulto ha già assunto una modalità di comportamento, valori, struttura relazionale, possibilità o meno di confrontarsi ma soprattutto capacità di pensare con la propria testa.

Se ciò non avviene significa che ci sono state delle mancanze da parte dei genitori, mancanza di rispetto, mancanza di impostazione di regole, di senso del limite, di creazione di autonomia.

Un genitore eccessivamente presente agisce al posto del figlio e nel momento in cui un figlio deve prendere delle decisioni, deve assumersi delle responsabilità, non è in grado di farlo.

E’ vero che mi sono capitati genitori che lamentano l’eccessiva stanchezza del figlio, lo dipingono come uno che non ha voglia, che la tira a lungo, che per fare un esame all’università ci mette il triplo del tempo. Solitamente sono genitori che sono pronti a giustificare molto l’atteggiamento del pargolo, lo difendono a spada tratta e spesso vanno dai professori a fare rimostranze.

I docenti universitari mi raccontano che non passa giorno senza che un genitore vada a chiedere come va il figlio, perché ha ricevuto un determinato voto o come mai non è stato tenuto conto di questo e quest’altro. Ci sono mamme che addirittura vanno a chiedere al docente l’argomento della tesi per il figlio. Ovviamente fa sorridere ma si tratta di amara realtà.

I figli non possono cavarsela se il genitore è presente a quel livello. Non si tratta più di presenza bensì di invadenza.

Un figlio ha preso un voto negativo a scuola o all’università? E’ assolutamente un problema suo e in quanto tale deve arrangiarsi a rimediare o a togliersi da un determinato sentiero scolastico.

L’eccessiva invadenza genitoriale produce anche una difficoltà a creare un progetto per il proprio futuro. Sempre più giovani scelgono delle vie dove rimanere sempre seduti su due sedie, faticano a fare scelte decise e non solo per la precarietà del lavoro e per le difficoltà economiche innegabili.

Manca la giusta dose di coraggio, manca la voglia di affrontare la vita con grinta superando tutte le difficoltà che questa mette davanti.

L’educazione ha molta responsabilità in questo senso.

Aprire le ali e fare la chioccia in modo che il figlio si ripari sotto a qualunque età, togliere la castagne dal fuoco in qualsiasi situazione non può fare il bene del figlio.

Affrontare la vita significa sporcarsi le mani, sbattere la faccia, sentire il pungolo che sprona ad agire. Un figlio questo non lo può inventare da sé.

Inizia dall’infanzia, dalla preadolescenza per poi confermarsi nell’adolescenza.

C’è bisogno di insegnare il coraggio, la fatica, la conquista degli obiettivi siano essi scolastici, sportivi o sociali.

Aiutare i figli combattere la noia, ad uscire dal mondo incantato dei social, affrontare la quotidianità a muso duro con la giusta protezione all’età giusta e il giusto sprone a superare gli ostacoli.

Gli americani direbbero di non fare gli helicopter parents, noi diciamo di saper stare al proprio posto senza invasioni di campo ma con la determinazione a percorrere un sentiero in modo da lasciare la traccia, pronti anche a vedere che i figli decidano di prendere un sentiero diverso dal nostro.