LA “DOTTORA” DEI BAMBINI

Mi ha fatto sorridere quando ho letto che fin dall’inizio l’hanno chiamata dottora. E’ tipico dei bambini inventare modi di dire in questo caso sono state le solerti infermiere a coniare il termine dottora per parlare della dottoressa Bellani, una pioniera dell’oncologia pediatrica. Ho appena letto il suo libro che vuol essere da un lato la testimonianza del suo mondo professionale dall’altro il ricordo di tanti bambini e bambine curati (e non) che ha incontrato lungo la sua carriera. Perché è così importante la dottoressa Bellani? Perché ha creato la prima oncologia pediatrica presso l’Istituto dei tumori di Milano. Prima pediatra oncologa, una figura tutta inventata mettendo insieme le due discipline, l’oncologia da un lato e la pediatria dall’altro. Siamo proprio agli albori di questa scienza che ha dato il via poi alle tante realtà italiane, da Padova a Trieste, da Genova a Firenze e Roma.

Il libro è dedicato a Simone, il primo piccolo paziente della dottora, si incontrano tanti piccoli e piccole in questo libro, alcuni se l’hanno fatta, la maggior parte e alcuni purtroppo no. La malattia è stata più forte e a nulla sono valsi i sacrifici e i tentativi di tutto lo staff medico. Ogni bambino che non ce la fa è una sconfitta vissuta sulla pelle del medico. Non scrivo questa piccola riflessione per indicare la lettura del libro, lo lascerei senza dubbio agli addetti ai lavori, importante senza dubbio per pediatri psicologi dell’età evolutiva e counselor che hanno a che fare con genitori e medici. Dalla lettura di questo libro volevo però condividere alcuni piccoli passaggi che mi sono sembrati interessanti. Il primo è legato all’approccio ed io ho avuto modo di incontrare molti pediatri oncologi che hanno fatto di questo assioma il punto cardine del loro lavoro: prima viene il bambino con un tumore, dopo viene il tumore del bambino. Come dire, la persona prima di tutto. E’ un assioma che dovrebbe far parte della deontologia di tutti i medici, non solo dei pediatri. Il secondo è legato alla cura della famiglia, dei genitori. Questa dottora è stata la prima a battersi affinché nei reparti di oncologia pediatrica ci fosse il letto per la mamma vicino a quello del bambino, una cosa che forse oggi sembra scontata ma non lo era negli anni Sessanta quando la Bellani ha iniziato a lavorare.

Un’altra riflessione che mi viene spontanea in quanto madre di una  ematologa (anche se non pediatra). Si sente parlare tanto male dei medici, vengono messi tutti dentro una stessa categoria, tutti ne sanno di più di loro quasi che dieci anni di studio prima di iniziare a svolgere il loro operato siano un nulla a fronte di quello che può dire Internet. Mi chiedo se tutta la supponenza che viene quotidianamente rivolta verso questi medici (mi riferisco soprattutto a medici di frontiera contro malattie talvolta inguaribili ma non per questo incurabili) ha basi fondate. Se le persone hanno minimamente idea di che cosa significhi lavorare ogni giorno spesso senza tutti i mezzi necessari e con poco personale dentro strutture oncologico ematologiche. Prima di sparare a zero (si evince anche dall’esperienza raccontata dalla dottora) sarebbe bene riflettere un attimo e conoscere la vita svolta da queste persone. Il più delle volte una vita rivolta quasi totalmente agli altri mettendo in secondo piano la propria.

Sono di parte, lo so, ma proprio vedendo il sacrificio quotidiano e il monte ore svolto ogni settimana, i turni, le notti, le delusioni quando si perde un paziente, l’entusiasmo quando si può dire “è guarito!” , tenendo conto di tutto questo  mi permetto di suggerire un attimo di indugio prima di parlare e sparlare.

Come la Bellani, molto viene fatto nel silenzio, senza onore di cronaca, senza urlare ai quattro venti le cose fatte. Grazie alla “dottora” a nome di tutti i bambini malati e soprattutto a nome di quelli che grazie al suo pionierismo oggi possono essere guariti.