MIO FIGLIO E’ IRREQUIETO!

E’ quasi un mantra, non ho trovato genitore che non mi abbia riportato queste parole: “mio figlio/a è irrequieto, è nervoso, scatta per niente, fatica a stare fermo”.

Come adulti facciamo fatica a comprendere quello che realmente è successo – e sta succedendo – nella mente di bambini e ragazzi.

Io restituisco solitamente la domanda al genitore: “è così da sempre o è cambiato qualcosa negli ultimi periodi?”

La risposta – sembra quasi un copia incolla per tutti – è solitamente: “tutto è peggiorato dal lockdown in poi.”

L’irrequietezza infantile è stata determinata dal brusco giro di vite della loro (e nostra) vita. Immaginate un bambino, poniamo di tre anni, che ha iniziato la scuola dell’infanzia. Ha avuto un cambio notevole per la sua vita: nuovi compagni, nuove maestre, un ambiente molto diverso da quello del nido – o di casa dei nonni – a cui era abituato. Si è creato un mondo nuovo, una socializzazione nuova, un modo di relazionarsi diverso, ha imparato – talvolta con un po’ di fatica – a non avere la maestra per sé ma a doverla condividere con un numero ben più alto di compagni e compagne. Gli/le è stato chiesto di essere più autonomo, di gestire in modo nuovo sé stesso. Un passaggio molto importante che può aver causato alcune frustrazioni ma che, con la pazienza dei genitori da un lato e degli insegnanti dall’altro, ha imparato a gestire. Arrivano le Vacanze di Natale, piccolo spazio in famiglia, due settimane buone dove i ritmi cambiano nuovamente e a gennaio la ripresa di ciò che si è lasciato. I bimbi solitamente tornano volentieri, l’incontro con i compagni di classe è agognato durante le vacanze. Passa un mesetto e mezzo e arriva il disastro. Tutti a casa. Tutti a contatto con mamma e papà, non si può uscire a correre nei parchi, non si possono vedere i nonni, non si incontrano i compagni e le compagne, niente maestre se non attraverso quegli schermi che i genitori hanno tanto raccomandato di non utilizzare. “Che cosa succede? Che cosa mi stanno chiedendo?” È questa la domanda a cui non si riesce a dare risposta. E i bambini regrediscono, fanno un passo indietro tornando ad essere più piccoli, spesso tornano a dormire nel lettone (e i genitori acconsentono, vittime anche loro di questa fatica collettiva che è prima di tutto emotiva). Arriva l’estate, un po’ di calo delle tensioni, i bambini possono incontrare gli amichetti al parco, al centro estivo ma le cose sono cambiate, gli adulti portano la mascherina, si deve fare attenzione a non toccarsi troppo, ci sono limiti un po’ ovunque, ci si deve lavare le mani ogni momento. E’ una libertà condizionata, il bambino capisce che c’è da stare attenti ma non sa bene a che cosa anche se cita più volte il virus. Ma cosa sarà il virus? Boh!

E torna l’autunno. La gioia di riprendere la scuola, le domande dei piccoli “quando potrò tornare a scuola? Quando rivedrò la maestra, i compagni?” finalmente possono avere una risposta concreta: il 14 settembre (giorno più giorno meno9.

La scuola è cambiata, non si sta più tutti assieme, si mangia al posto, le maestre hanno sempre la mascherina, si esce in piccoli gruppi. È diverso ma comunque i bambini se lo sono fatti andar bene, non c’erano alternative ma…arriva il primo compagno positivo. Tutti a casa. Tamponi, attenzione, genitori impauriti, qualcuno pensa di non mandare più il bambino a scuola perché tanto la scuola dell’infanzia non è obbligatoria. In alcune zone si chiude tutto di nuovo, a macchia di leopardo alcuni vanno a scuola altri no, alcuni vanno una settimana e la settimana dopo a casa, i genitori lavorano a casa ma devono guardare i figli e  se devono lavorare non possono stare loro dietro, allora arrivano ore interminabili davanti alla tele o al tablet. “Sennò come faccio?” mi dice una mamma.

Questa cronistoria – che vi avrà sicuramente stancato, solo per far riflettere: i bambini hanno il diritto di essere irrequieti, nervosi, stanchi. Non è facile capire cosa vogliamo da loro e noi stessi non lo sappiamo bene.

Ho preso un esempio tipo, il bambino di tre anni, ma possiamo declinarlo per il bambino di nido come per quello delle primarie o secondarie. Cambia solo la complessità ma il soggetto, il bambino o ragazzo, si trova dentro una storia simile e una fatica simile.

Non esiste una ricetta per far fronte a questa situazione, io indico solo due cose: da un lato tener conto di tutto quanto detto sopra, dall’altro ricordare che i bambini/ragazzi non sono adulti, hanno l’età che hanno e noi non lo dobbiamo dimenticare. Siamo noi gli adulti che oggi più che mai dobbiamo tener botta, dobbiamo comprendere il loro disagio e non pretendere che loro comprendano il nostro.

È necessaria un’alleanza tra adulti, aiutiamoci a vicenda per far fronte a questo stato di cose che non è colpa di nessuno ma ci è capitato tra capo e collo. Una cosa mi sento di ribadire, se ci sono azioni da fare, cerchiamo di chiedere che le scuole non vengano chiuse. I bambini, i ragazzi, hanno bisogno di stare tra loro e di far fiorire la loro intelligenza attraverso la scuola. Da casa, con la DAD non è assolutamente la stessa cosa.