MORIRE A SETTE ANNI

Una volta ancora lo sbalordimento è tale da non consentire di dire nulla ma alcune riflessioni sono necessarie.

Sono tante le domande che affollano la nostra mente, come si può arrivare a tanto? Come accanirsi contro un bambino così piccolo? Cosa scatta nella mente di un individuo per comportarsi in questo modo?

Si rischia di far prevalere l’indignazione e la rabbia nei confronti di un assassino, ma in realtà dovremmo essere in grado di chiederci perché la violenza riesca a prevalere sulla possibilità di gestire le proprie emozioni anche quando sono irruenti e forti ed esplosive.

Il caso di Cardito è purtroppo il tipico caso che noi definiamo di “carenza conflittuale”. Il criminologo sostiene che il soggetto deve aver dato segno di un temperamento di questo tipo, deve aver dato qualche segnale che non è stato colto in tempo.

Noi sosteniamo che la carenza conflittuale può portare a questo. Una persona che non è stata educata al riconoscimento delle proprie emozioni, dei propri limiti rispetto ad una relazione con l’altro, non è stato educato all’empatia e al riconoscimento dei bisogni dell’altro rimane vittima della propria emozione e non la sa gestire. Come CPP da molti anni stiamo esplorando la carenza conflittuale e sempre più abbiamo conferma di quanto l’educazione abbia un peso sostanziale nelle azioni del quotidiano, anche e soprattutto in quelle azioni dove entra in campo la rabbia e la gestione della conflittualità.

Non entro nel merito del caso di questo bambino ucciso, della sua sorellina picchiata a sangue, è troppo complesso e richiederebbe una serie di informazioni che non ho, posso solo piangere come madre, ma come professionista insisto nel dire che come adulti dobbiamo prenderci carico dell’educazione dei nostri bambini a partire dall’autoeducazione di noi stessi. Impariamo ad ascoltarci e ad ascoltare, impariamo a gestire la nostra parte emotiva, si può fare, si può davvero imparare e si può insegnare. I nostri bambini hanno diritto di crescere in una dimensione umana dove ha ancora senso guardarsi negli occhi e dirsi che cosa piace e non piace, cosa vogliamo e non vogliamo, dove si può chiedere all’altro e non pretendere. Il lavoro è immenso ma credo che riguardi tutti noi, proprio perché la morte di questo bambino così come quella di tanti altri individui non rimanga un mero istante isolato dove si versa una lacrima ma non si fa nulla. Questi episodi non devono cadere nel dimenticatoio, non devono fermarsi ad una chiacchiera tra vicini, devono essere monito per lavorare e impegnarsi tutti ogni giorno.