QUANDO IL MIO MITO PORTAVA LE PUNTE

Non è solo un omaggio a Carla Fracci, è una riflessione sull’importanza delle figure adulte nella mente di un bambino. La prima volta che ho visto Carla Fracci avevo sei anni, eravamo a casa di amici, loro possedevano la televisione, noi ancora no. Tutto quello che passava dentro il piccolo schermo era rivestito di magia e quel giorno, lo ricordo come fosse ora, dentro la tv in bianco e nero e con le immagini non del tutto nitide, era comparsa sullo schermo una ragazza tutta vestita di bianco, un tutù etereo e i piedi chiusi dentro le scarpette. Non camminava, toccava appena il terreno. Quello che mi aveva colpito più di tutto erano le braccia, lunghe e sottili, si muovevano quasi ad accarezzare l’aria. Ricordo che i miei genitori non riuscivano a staccarmi da quelle scene, poi ho saputo che quel balletto era “Giselle”.

Il mio amore per la danza è nato quel giorno, ma quello stesso giorno è anche partita una grande frustrazione, nel paesino dove abitavamo non c’era una scuola di danza, nessuno sapeva quasi di cosa stessimo parlando.

Grazie a Carla Fracci ho scoperto il significato di “essere benestanti”, era la parola che i miei mi ripetevano quando chiedevo di andare alla scuola di balletto (così la chiamavano).

La scuola di balletto esisteva solo in città ed era appannaggio dei “benestanti”.

Il mio approdo alla prima scuola di danza è stato alla scuola media quando hanno aperto una sezione della scuola cittadina presso la palestra del paese. Era una scuola per modo di dire ma sufficiente a coronare il sogno.

Carla Fracci era sempre l’icona indiscussa, le sue foto stavano appese alle pareti della mia cameretta, mi dividevo tra le scorribande nei prati e il sogno di indossare un giorno le scarpette da punta.

La Fracci è poi diventata l’eterna Giselle e crescendo ben altri modelli di danzatrici sono diventati significativi per me, una fra tutte Martha Graham, scuola che ho seguito fino a quarant’anni anche perché corrispondeva maggiormente alla possibilità di unire la danza con la montagna. Le scarpette da punta no.

Ma la Fracci era la Fracci ed è sempre rimasta il modello di eleganza, di grinta nella pacatezza, di moderazione, di rigore.

Sono certa che anche lei ha contribuito a formare il mio carattere e ciò che sono. L’ho vista danzare dal vero una volta soltanto e non ho avuto il coraggio di avvicinarmi, era un’icona, irraggiungibile. Ed era anche una donna concreta, chi la immagina solo evanescente e persa nel mondo della fate non ha mai ascoltato le sue esternazioni antifasciste.

Dunque per concludere mi sento di dire grazie dal profondo del cuore, un modello di artista che ha mantenuto sempre la propria discrezione, il proprio stile, la propria integrità.