QUANDO L’INFLUENZA E’ “BIRICHINA”

Le persone sembrano impazzite, assalto ai supermercati, persone che indossano mascherine anche se si trovano all’aria aperta, tutto sembra aver cambiato di aspetto come se davvero ci dovessimo trovare in procinto di combattere una guerra. A pensarci bene una guerra la stiamo combattendo, contro chi non è chiaro a nessuno, con tutta probabilità contro un nemico che spesso assume le sembianze dell’altro. L’allarmismo sta avendo la meglio, sembra che la maggior parte delle persone non stia ad ascoltare ciò che realmente viene loro detto.

In un negozio vicino casa un signore ha acquistato 130 euro di carta igienica, una scorta che gli basterà per tutta la vita. Fa sorridere ma fa anche riflettere. In tempo di carestia, nei racconti dei nonni ci stava quell’angoscioso tormento di non sapere se il giorno appresso si sarebbe trovato il cibo ma oggi, mi sembra decisamente esagerato.

Anche volendo non si riesce a trovare una sola goccia di Amuchina o altro disinfettante, è partito il loop dell’igiene a tutti i costi. I treni sono disinfettati, le persone si lavano le mani. Sono gesti che a ben pensarci dovrebbero essere compiuti nella normale gestione della quotidianità.

Lavarsi bene le mani non dovrebbe essere straordinario, invece lo sta diventando.

Sull’orlo di una crisi di nervi, direbbe un noto scrittore, la gente evita di viaggiare, di andare in settimana bianca. Le compagnie aeree rifiutano chi arriva dall’Italia, si sta vivendo una sorta di complesso dell’untore.

Gli italiani sembrano essere la causa della maggior parte della diffusione del virus in Europa.

Anch’io sono rimasta a casa dal lavoro per tutta la settimana, ho lavorato via Skype dove possibile e ho dedicato del tempo a scrivere, senza dubbio non ho sprecato nulla ma non ho avuto accesso ai luoghi della normalità: scuole, teatri, sale conferenze. Sono stata alle regole e ritengo che chi le ha decise abbia avuto motivi più che validi per farle rispettare.

In questa sospensione forzata, quasi una bolla che si è creata all’interno della normalità, una sospensione che può lasciare del tempo per riflettere sulle questioni, ho fatto alcuni pensieri:

1 I bambini. Sono stati esposti a tutto senza pensare alla loro sensibilità e incapacità a comprendere. Ho visto tanta ansia adulta riversarsi sui più piccoli che hanno ascoltato ogni discorso, hanno sentito parlare giorno dopo  giorno solo di contagio, covid19, terrore, morte, sospetto. Sono stati esposti a decine di telegiornali dove l’allarme viene inevitabilmente amplificato. Ho provato a chiedere ad un paio di loro che cosa fosse questo fatidico coronavirus e le risposte sono state tutte estremamente confuse. Più di tutto ha prevalso la paura. Sono mancati i filtri, l’ansia adulta ha creato una esplosione di paure. I bambini vanno tutelati, vanno aiutati a comprendere senza troppi discorsi ma con semplici parole che consentano loro di avere alcune regole chiare. Daniele Novara ribadisce che non è necessario spiegare, basta dare loro alcune indicazioni pratiche come lavarsi le mani spesso e poco altro. Sono pienamente d’accordo con le sue indicazioni. Meno allarmismi e soprattutto filtri, i bambini non possono e non devono essere sempre esposti a tutto. E’ doveroso ricordarlo.

2 Sperimentare il rifiuto. Siamo percepiti all’esterno come degli untori, come coloro i quali possono portare la malattia, le frontiere si chiudono, le navi non possono attraccare se hanno italiani a bordo, i bus vengono rimandati indietro. Non è bello sentirsi rifiutati, non è bello avere addosso lo stigma del contagiante. Chissà se questo fenomeno per nulla piacevole ci farà riflettere. Chissà se saremo in grado di metterci nei panni dei tanti che quotidianamente rifiutiamo. Chissà se saremo capaci di imparare la lezione. Chissà se sapremo percepirsi “l’altro”. Gli altri siamo noi è uno slogan molto diffuso, sapremo rendercene conto?

3 La crisi dovrebbe far scaturire creatività. L’ultima riflessione riguarda il senso di tutto quello che sta accadendo.  Ho sentito le campane più disparate, un po’ come accade quando si guarda la partita: tutti diventano arbitri, coach, goleador. Tutti saprebbero fare meglio di quelli che si trovano in campo in quel momento. Con questa emergenza si è verificata la stessa cosa, chi dice che c’è un eccesso di allarme, chi che è troppo poco, chi immagina che non ce la stiano raccontando giusta, chi dà del cretino al capo del governo. Di tutto e di più. Quello che avverto è una voglia di esternazioni, di dire la propria con i modi che oggigiorno si usano solitamente, social che impazzano, narcisismo imperante. Dovremmo approfittare di questo momento per inventare nuovi modi di affrontare le situazioni, dare importanza a ciò che riteniamo veramente importante, usare creativamente il tempo senza abbattersi ma anche senza sparlare. Essere un po’ più noi stessi, più attenti e più consapevoli, responsabili ma volonterosi di superare la crisi. Senza eccessi, senza allarmismi esagerati, senza pregiudizi e luoghi comuni. Possiamo farcela, alla fine dei conti si tratta di un’influenza, un po’ birichina ma sempre influenza.