QUANTA RABBIA NEI GIOCATORI DI FORTNITE

Torno su di un tema che sembra essere un evergreen. Genitori di ragazzini disperati perché i loro figli diventano incontenibili dopo le partite a Fortnite.

Non lo so se succede lo stesso con altre tipologie di gioco, quando però lavoro sulla rabbia spesso esplosiva dei bambini e ragazzini, a fronte della domanda: quando accade con maggior frequenza? La risposta nel 90% dei casi è: quando ha giocato a Fortnite.

Non vorrei fare troppa pubblicità a questo videogame parlandone ma è diventato un vero e proprio tormentone e si fa fatica a spiegare ai genitori che ci sono regole precise anche per l’utilizzo di un banale gioco.

Con l’arrivo delle vacanze ci aspettiamo un aumento della frequentazione sui dispositivi digitali, cosa che andrebbe invece evitata visto il massiccio e forzato utilizzo dei videoschermi durante la pandemia.

Partendo dal presupposto che speriamo davvero che bambini e ragazzi possano frequentare centri estivi, esperienze sportive, tanta natura e mare, montagna e campagna, vediamo di capire come mai questo fantomatico gioco crea tutto questo disagio.

E’ un gioco di guerra, ma questo non è il problema principale. Come ben sappiamo da che mondo e mondo i bambini hanno giocato alla guerra, un conto però è farlo con il corpo e un conto è farlo senza il corpo.

Mi spiego: il bambino che gioca a lanciarsi palle di fango, che spara con il fucilino di legno, che fa la lotta mette grinta, sfogo, energia dentro i suoi muscoli, dentro le gambe, dentro le braccia.

Un bambino che gioca alla guerra in maniera virtuale va oltre il suo corpo, è dentro il gioco con la mente, con le emozioni, con il pensiero ma il suo corpo è seduto su di una sedia se non stravaccato su di un divano.

La questione è complessa, si parla di un corpo non soggettivato, un corpo svuotato di se stesso. Il gioco avviene in maniera attiva, molto eccitante, con salti, rincorse, evitamenti, lanci, ma è tutto fatto dentro un mondo virtuale che sovraeccita ma non fa esprimere.

Alla fine del gioco, quando la vittoria arriva con l’unico superstite che è riuscito a far fuori tutti gli altri, il corpo rimane con tanta rabbia non esplicitata, con tanta eccitazione da far uscire.

Che sia vincitore o vinto, il corpo è rimasto assente ma chiuso il collegamento c’è tanta “roba” da far uscire.

Ecco allora arrivare risposte inadeguate rivolte a chi si trova nei paraggi, gesti violenti contro cose o anche persone, difficoltà a dormire, incubi notturni, fatica a stare dentro altri giochi, difficoltà di concentrazione.

Il corpo non soggettivato non consente la relazione, manda in tilt il sistema dell’adeguamento all’altro. Nel gioco virtuale siamo con qualcuno ma in realtà siamo costantemente distanti da quel qualcuno.

E’ un tema serio.

E’ di difficile gestione nell’adolescente (Fortnite lo ricordo ha un PEGI 12 +) ed è davvero di grossa complessità se parliamo di bambini più piccoli.

Si inizia a giocare già a otto anni, è davvero troppo presto. I genitori spesso non danno peso a ciò che fanno i figli al pc o sul tablet, li vedono in casa e questo basta, li hanno sotto gli occhi.

Io favorirei il gioco anche della lotta, della guerra tra pari in presenza, a quell’età hanno bisogno di esprimersi con il corpo e la mentalizzazione del gioco li sballa completamente. Il corpo di un bambino ha bisogno di muoversi e le emozioni di essere accompagnate da gesti reali e concreti.

La soluzione è chiara: fino ai 12 anni questo videogame non va giocato, dopo va giocato con tempi precisi di accesso, mai oltre l’ora e mezza e se possibile mai ogni giorno.

La fatica è tutta del genitore che deve (uso questo verbo che non amo molto ma talvolta risulta necessario) deve dotarsi di tutti dispositivi atti ad aiutare il ragazzo a stare dentro cornici precise. E i bambini a scegliere di fare altro, anche se protestano e fanno vedere i sorci verdi con l’assillo del “così fan tutti i miei compagni”.

Un corpo non soggettivato potrebbe trasformarsi in un corpo con somatizzazioni e fatiche evolutive.

Sarebbe bello mettersi d’accordo tra genitori per tutelare i figli, almeno quelli più piccoli. In alcune realtà ci sono riusciti, basta un po’ di coraggio.