QUEL NUMERO SUL BRACCIO DI BIANCA

L’articolo di questa settimana spezza un ritmo usuale, non parlerò di un tema legato all’educazione ma mi concedo di andare indietro nel tempo e di ripescare un ricordo di quando ero bambina.

In questi giorni della memoria in cui si cerca di ricordare per non dimenticare, mentre si registrano azioni assurde come scrivere sulla porta di una casa “qui ha abitato un ebreo” o cose simili, mentre alcuni alimentano razzismo e antisemitismo arrivando al limite del negazionismo, credo importante portare una testimonianza anche se piccolissima e forse insignificante.

Nel paese dove abitavano i miei nonni c’era una cartoleria, la titolare era una signora gentile, spesso seria che aveva una particolarità: sul braccio portava incisi dei numeri. Erano di colore blu e spesso lei cercava di nasconderli. Ricordo che un giorno mi misi a guardare con più insistenza il polso e lei invece di nasconderlo mi aveva guardato negli occhi e mi aveva detto “guarda e non dimenticarli mai”. Ero troppo piccola per avere il coraggio di chiedere qualcosa di più, a casa avevo cercato di interrogare la nonna ma inutilmente, mi diceva che erano cose brutte e che non potevo capirle.

Tornavo in quel negozietto abbastanza spesso, vendeva quaderni, matite, colori e riviste, ogni volta provavo quel nonsoché inspiegabile, un misto tra timore e curiosità. Cercavo di evitare di guardare il braccio ma friggevo dalla voglia di sapere.

In terza classe in occasione del 25 aprile era venuto a scuola un signore, il nonno di un bambino che frequentava la nostra scuola. Ci aveva raccontato la sua storia, ci aveva parlato di un viaggio in treno, dentro un carro bestiame e ci aveva detto che molte persone erano state deportate. Erano ebrei.

Avevo sentito già raccontare storie simili ma sempre filtrate, mezzi racconti, mezze parole. Era come se non si potesse dire. Noi tutti bambini lo ascoltavamo e ad un certo punto lui aveva fatto scivolare la manica della camicia verso l’alto e ci aveva fatto vedere un numero stampato sulla pelle.

Avete presente le lampadine che si accendono? Ho avuto l’impressione che dentro il mio cervello avvenisse una partita a flipper. Stavo mettendo a posto tutte le caselline, tutte le mie domande, quelle che rimanevano dentro la bocca stavano trovando risposta.

Il signore ci raccontava tante cose dei campi di concentramento, del lavoro massacrante, di quelli che non erano più buoni per il lavoro e venivano mandati alle docce ma in realtà venivano uccisi, della fame, delle botte.

Era la prima volta che incontravo l’Olocausto.

Qualche giorno dopo mi ero recata da Bianca, la signora della cartoleria e mi ero sentita più grande, ora sapevo. Avevo avuto il coraggio di chiederle perché fosse stata deportata e lei, con uno sguardo di una tristezza inaudita mi aveva risposto che il suo papà era un partigiano. Lottava contro il fascismo su in montagna e un giorno erano capitati a casa i gerarchi e avevano mandato tutti al campo di concentramento. Lei era poco più che una bambina.

Non aveva aggiunto altro ma a me bastava.

Il giorno dopo in classe avevo raccontato tutto alla maestra e avevo anche specificato che non avevano portato via solo ebrei ma anche partigiani.

E la maestra si era messa a piangere.

Non dobbiamo tacere, dobbiamo parlare, dobbiamo ricordare per non dimenticare.