RIVISTA CONFLITTI SECONDO NUMERO 2021

IL TEATRO È COME UNA MELA SUCCOSA A DISPOSIZIONE DEL NOSTRO CERVELLO

INTERVISTA ENRICO CAVALLERO

A cura di Paola Cosolo Marangon

Enrico Cavallero si avvicina al teatro frequentando i Laboratori diretti da Walter Mramor. Dopo la laurea in Architettura  continua a studiare recitazione frequentando stages di perfezionamento. Dal 1994 fa parte dello Staff della A.ArtistiAssociati come insegnante di dizione, recitazione e gestualità teatrale. 

Autore e regista di produzioni rivolte principalmente al Teatro ragazzi ha lavorato con attori e registi importanti.

1) Cosa vuol dire essere un attore?

Può voler dire tante cose, ma se devo sceglierne una non ho esitazioni: avere il privilegio di essere “costretto” a capire, fare mio e amare quello che dico, si tratti di poesia, prosa, narrativa, cronaca ecc.

Fra  tutte le cose che in questi cinquantadue anni ho letto o studiato, quelle che sento di avere  compreso veramente, sono quelle che ho potuto recitare. Recitare mette in moto cuore e intelletto ma la molla che ti apre un nuovo mondo di emozioni è “mandare a memoria la parte” fino a farla diventare, come si dice in gergo, marcia. La memoria “marcia” è quella che non ha più consapevolezza di sé, quella che ti fa ridire le parole come se ormai fossero tue, come se i pensieri da cui nascono fossero i tuoi, quella che ti permette di sentirti Amleto o Enrico IV senza vergogna o senso di inferiorità.

E’ un privilegio, indubbiamente un privilegio.

2) Quale è la funzione culturale e sociale del teatro e dello spettacolo in genere?

Più che di funzione parlerei di necessità, o meglio, preferirei che il Teatro fosse più necessario che funzionale. Necessario all’equilibrio. Ogni cosa ha bisogno di equilibrio. Il nostro corpo ad esempio ha bisogno di un’alimentazione equilibrata, della giusta attività motoria, di aria, di acqua. Se non respira muore, questa è una conclusione inconfutabile. Se non mangia frutta e verdura vivrà male e probabilmente morirà prima, questa però è una conclusione confutabile. Quindi una persona può anche decidere di non mangiare frutta e verdura perché non lo ritiene necessario. Il Teatro è come una mela succosa a disposizione del nostro cervello, posso anche non mangiarla…ma mi sarò perso qualcosa e starò meno bene.

Il Teatro è un tassello fondamentale per il nostro equilibrio perché migliora la qualità della nostra vita, ci offre l’opportunità di nutrire la nostra mente. La  crescita culturale e sociale di un paese civile ha bisogno di menti sane.

3) Hai lavorato con registi importanti, pensiamo tra gli altri a Oleotto, Bellocchio. Che cosa significa mettersi nelle mani di un regista?

Significa affidarsi al giudizio dell’altro, sapendo che il fine comune è raggiungere il miglior risultato possibile. Indubbiamente è molto più facile farlo se c’è già un rapporto consolidato di stima reciproca… altrimenti va creato al momento, se non ci si riesce, e può accadere…sono guai. Devo dire che in questo ho sempre avuto fortuna, forse perché sono stato audace.

4) Tu oltre che attore sei autore e regista soprattutto di Teatro ragazzi. Cosa significa scrivere una piece rivolta ad un pubblico infantile o giovanile? Quali spunti, quali difficoltà?

Mi sono posto spesso questa domanda e soprattutto mi sono chiesto se lo sapessi fare o no, poi ho smesso di chiedermelo e ho continuato a farlo così come lo so fare senza pormi troppe domande, perché se c’è una cosa che il Teatro mi ha insegnato è proprio “l’arte del fare”. Ho sempre diffidato di chi si riempie la bocca di Teatro, non serve parlare o scrivere fiumi di parole, bisogna fare!

Il fare per me viene prima dello scrivere. Ogni testo prende le mosse da un’idea, da un canovaccio ma poi le battute prima che scritte vengono dette, provate, ridette e riprovate fino a che scevre da ogni autocompiacimento stilistico vengono, finalmente, scritte come testimonianza di un percorso teatrale che in quanto tale vive prima sul palco che sulla carta. Questo approccio mi ha sempre portato ad un linguaggio semplice, fruibile e aderente alla realtà del giovane pubblico.

Sicuramente avere avuto due figlie piccole, ormai cresciute, e fare Teatro insieme ai bambini da più di vent’anni mi ha permesso di essere in contatto con il loro mondo e di muovermi con disinvoltura nel loro immaginario. Le difficoltà sono più legate al fatto che sebbene lo spettacolo sia destinato ai bambini viene scelto e giudicato da alcuni adulti e molti  di questi non sanno più pensare come fossero bambini, sarebbe come chiedere ad un bambino di decidere se portare o no gli adulti a vedere “Uno sguardo dal ponte” o “Vecchi tempi”.

5) Il mondo del teatro e dello spettacolo in generale è bloccato da un anno, come state vivendo il tempo della pandemia?

Un anno fa, era una domenica di fine febbraio, mi trovavo in Veneto a recitare, non ricordo in quale teatro ma era a pochi chilometri dal Comune di Vo’ che era stato dichiarato focolaio covid alcuni giorni prima. Siamo andati in scena, se non ricordo male, per una decina di persone al massimo, i pochi che avevano avuto il coraggio di uscire di casa. Alla mezzanotte dello stesso giorno il Governatore Zaia decretava la chiusura dei Teatri in Veneto. Dopo un anno ci troviamo ancora, in tutta Italia, in questa situazione. Se quel giorno mi avessero prospettato questo scenario mi sarei messo a ridere, ora invece ho voglia di piangere. Quest’anno “sabbatico” è una tragedia per tutte le figure professionali che lavorano nel settore e non pensiamo banalmente solo agli attori, scenografi ecc., le professioni legate, anche indirettamente, allo spettacolo sono molteplici, dalla pubblicità alla ristorazione, dalla contabilità agli alberghi, dai trasporti all’artigianato, ecc.

Io ho la fortuna di lavorare per un’impresa di produzione teatrale, Artisti Associati di Gorizia diretta da Walter Mramor che nonostante le difficoltà, ha sempre tutelato i suoi dipendenti riuscendo a garantire una certa continuità lavorativa. Invece penso ad attori, registi e tecnici rimasti senza ingaggio e sono la maggioranza, che sebbene ci siano stati dei provvedimenti da parte del governo, vivono una situazione economica estremamente difficile, per non parlare della frustrazione artistica.

Se devo essere sincero non sono molto fiducioso nel futuro. Ci vorrebbe un cambio di passo: riconoscere la necessità del Teatro.

6) La creatività ti ha portato a inventare nuove forme, nuovi progetti, nuove occasioni di crescita in questo periodo così difficile?

Se devo essere sincero no. Intendo dire che di progetti ne ho molti e sono lì in attesa di essere realizzati ma non sono progetti legati a nuove forme se per nuove forme intendiamo lo streaming e l’online. Credo che il Teatro debba resistere ostinatamente, non cedere a forme di rappresentazione che ne tradirebbero l’essenza riducendolo a prodotto multimediale. Già il Cinema, per altri motivi, negli ultimi anni ha commesso questo errore. Ormai Netflix è sinonimo di Cinema. Sia ben chiaro non ho nulla contro Netflix, anzi ne sono un assiduo spettatore, ma so che non stiamo parlando di Cinema, non vorrei che le nuove generazioni invece cadessero nell’equivoco.

Il Teatro, in questo senso, ha un enorme limite, o meglio vantaggio, rispetto al Cinema…non può compiersi se non dal vivo, altrimenti non è più Teatro e diventa Cinema di pessima qualità.

Penso che portare il Teatro sullo schermo (tv, pc, tablet, ecc) sia il torto più grande e la peggiore pubblicità che gli si possa fare. il Teatro esiste da migliaia di anni proprio perché, pur mutando, è sempre rimasto fedele a se stesso.