SE GIANNI RODARI FOSSE QUI…

Le Favole al telefono è il primo libro che ho letto di Gianni Rodari. Avevo iniziato a leggere da poco, non andavo ancora a scuola e a casa di un cugino (di quelli che avevano i soldi diceva mio padre, perché avevano molti libri) avevo visto quel libro con la copertina strana, un cerchio con dentro altri cerchietti. Da grande avrei poi scoperto che quel cerchio era stato disegnato da un grande, Bruno Munari.

Erano favole strane, dove tutto era possibile. Ricordo bene che mi ero messa a piangere quando, lasciata la casa dei parenti, non mi avevano permesso di portare via quel libro. Appena in terza elementare lo avevo potuto leggere, il maestro Rizzi (ricordo ancora il nome perché da grande l’ho ritrovato quale formatore di MCE), lo aveva portato nella classe dei maschi e potevamo leggerlo anche noi. Noi eravamo notoriamente nella classe delle femmine con la maestra femmina pure lei.

Il maestro Rizzi ci faceva ridere con filastrocche strane, le rare volte in cui potevamo stare con lui faceva lezione in modo diverso, divertente, si imparava meglio.

Quando mia figlia era piccola adorava Alice Cascherina e Giovannino Perdigiorno, ogni sera leggevamo una favoletta di Rodari fino a quando era lei a leggerle a noi. Rodari ha segnato la mia infanzia e quella di nostra figlia al punto che, quando ha imparato a scrivere, ha creato un sacco di storie stimolata dalle filastrocche rodariane. Le conservo ancora e mi riprometto di tirarle fuori a suo tempo quando diventerò nonna.

Quale era la magia di Gianni? Saper scatenare al fantasia. In questi giorni mi è capitato di vedere un documento delle Teche RAI dove Rodari parlava proprio della fantasia infantile, di quanto i bambini possono farla uscire se gli adulti, gli insegnanti sono “un passo avanti a loro”, consentono cioè di esprimersi, di dire e fare ciò che il pensiero magico indica loro. In quel documento Rodari parlava della scuola italiana, di quanto fosse trasmissiva, incardinata, asfittica. Era il 1976. Oggi siamo ancora a dibattere di questo. Nel documento compariva anche Mario Lodi, la sua scuola attraverso l’esperienza, ancora MCE e l’amicizia tra i due che diventava pedagogia attiva. La pedagogia della fantasia.

Chissà cosa direbbe oggi Rodari di tutta l ‘invadenza social, di questa fantasia poco sfruttata, di tanta scuola ancora asfittica, di ore passate davanti a cartoni animati che non stimolano la fantasia ma creano stereotipie sia come movimenti che come rappresentazione grafica. Ricordo che in un’intervista Rodari aveva difeso i cartoni animati Disney dicendo che di per sé non erano nocivi ai bambini ma, aveva aggiunto, forse manca poi la capacità di riflessione ed elaborazione che un libro consente. E oggi? Cartoni animati a ripetizione dove spesso i bambini stessi non comprendono la trama e tantomeno vengono stimolati a creare qualcosa.

Dovremmo riuscire, innanzitutto come scuola, a riprendere bene in mano tutti i libri di Rodari, il suo insegnamento che suggeriva di scrivere favole con i bambini, a partire dalla loro vita, dalle loro emozioni e dai loro nonsense. Riprendiamo in mano la scuola di Mario Lodi dove la quotidianità del quartiere, il lavoro dei genitori, la natura, gli animali erano lo stimolo principale per osservare, capire, studiare il mondo.

La scuola può molto, dobbiamo cercare quegli esempi che anche oggi ci sono, confrontarci con chi ha già fatto esperienze simili, metterci nell’ottica di cambiare prospettiva, come anche Daniele Novara suggerisce. Non trasmettere ma creare possibilità di apprendimento a partire da domande, stimoli, ricerca.