SIGNORA, SUO FIGLIO SI ALZA TROPPO SPESSO

“Signora, suo figlio non sta seduto al banco tutto il tempo che dovrebbe, si alza e addirittura scrive in piedi. Provi a dirgli lei di essere composto.”

Con queste frasi una mamma inizia la sua consulenza, è preoccupata perchè, dice, lei non è a scuola e non può richiamare il figlio.

Mi chiede che cosa può fare per farlo stare buono tranquillo tutte le ore di scuola.

La prima domanda che le pongo, ovviamente, è l’età del bambino: 6 anni compiuti da pochi giorni.

Stiamo parlando di un bambino al primo anno della scuola primaria durante il primo mese di scuola.

Faccio fatica a rispondere perché mi si aprono nuvolette sopra la testa che ripercorrono tutti i lavori che facciamo da tanti anni assieme ai colleghi del CPP per aiutare gli insegnanti a chiedere ai bambini ciò che i bambini effettivamente possono dare a quell’età.

Esploro un po’ di più la personalità del piccolo, le sue abitudini, i suoi comportamenti in genere. Risulta essere un bambino sempre adeguato, rispettoso delle regole, sostanzialmente calmo e vivace al punto giusto quando si tratta di giocare. Vive spesso all’aria aperta ed è socievole.

“Solo che, sottolinea la mamma, non riusciamo a fargli capire che deve stare seduto a scuola.”

Provo a considerare, assieme a lei, quali possono essere i bisogni di un cucciolo di quell’età, la mamma ci arriva da sola: la concentrazione non è alta, si dovrebbero alternare momenti in cui i bambini scrivono o disegnano ad altri momenti in cui viene ascoltato il corpo. Mi chiede, la signora, se in tutte le scuole funziona così, che devono cioè stare per due ore di seguito seduti fermi al banco, quindici minuti di ricreazione e poi altre due ore fermi seduti al banco.

Naturalmente non posso rispondere perché, le spiego, ogni plesso scolastico è fatto di persone diverse che insegnano, che hanno il loro modo di vedere e che agiscono in maniera diversa.

La signora non è avvezza al mondo scolastico, dice che si sentiva tanto bene con l’esperienza fatta al nido e alla scuola dell’infanzia, ora sostiene di non ritrovare più la serenità di prima, dice che si trova spaesata perché le viene restituita l’immagine di un bambino testardo che non si vuol sedere.

Le chiedo se il figlio ha raccontato la sua versione dei fatti e la risposta non fa una piega: “mamma, io mi siedo e sto a fare le letterine però dopo un po’ sento le formiche nelle gambe e allora mi alzo un poco. La maestra mi dice subito che devo sedermi da bravo e io mi siedo di nuovo , ma le formiche tornano e anche mi fanno male i piedi e allora mi alzo e non voglio più sedermi”.

Non proseguo con i contenuti della consulenza ma mi verrebbe da fare un appello generico agli insegnanti che, come è accaduto a questo bambino, fanno prevalere la regola del “si deve stare seduti al posto” all’ascolto del piccolo. Possibile che non si possano fare domande ai bambini? Che si debba dare già per scontato le loro risposte? Magari, mi dico, chiedendo a R. come mai preferisce stare in piedi si potrebbe scoprire che la sedia è troppo bassa, che l’appoggio della schiena non è adeguato, che la postura non è corretta.

Oltre a questo, direi agli insegnanti di ricordare, ed è una cosa che ho detto e scritto più volte anche sulla rubrica di Focus Scuola, che il corpo esiste, il corpo di un bambino deve essere ascoltato. Non si può pretendere al primo anno della scuola primaria di far stare i bambini fermi e seduti per tanto tempo, è necessario attivare piccoli escamotage per muoversi. Lo si può fare anche sul posto senza per forza dover girare per la classe. Si possono inventare mille giochini con le mani, i piedi, la testa e la voce. Si dovrebbero intervallare i momenti di scrittura con altrettanti di azione, l’apprendimento ha bisogno di movimento, il cervello per avere buon ossigeno ha bisogno di movimento del corpo.

Un bambino che vuol stare in piedi poi, mi chiedo, che tipo di disturbo dà? Se riesce ad ascoltare e apprendere, se preferisce quella postura a quella seduta perché non accettarlo?

Flessibilità e comprensione, ascolto e professionalità. Questi i capisaldi di una professione faticosa senza dubbio ma molto molto importante.