SMARTPHONE…DROGA PER TUTTI?

Chi segue i miei articoli periodici si starà mettendo le mani nei capelli e penserà: “No, ancora sulle nuove tecnologie! Non ne possiamo più”.

Tranquilli, non torno sul tema – molto affrontato e sempre molto presente nelle mie riflessioni – per dare informazioni relative alle ultime ricerche.

Questa volta voglio semplicemente raccontare un episodio che mi è accaduto un po’ di giorni fa.

Sono sul binario in attesa di un treno, è venerdì pomeriggio e la banchina è piuttosto affollata. Mi guardo in giro e noto quello che ormai è la normalità: un buon 80% di persone ha gli occhi incollati allo smartphone, chi guarda un filmato, chi gioca, chi scrive su whatsapp, chi parla. Il 19% che non ha in mano uno di questi dispositivi o è abbastanza anziano o è un cane. Ci sono molti cani sul marciapiede, legati pericolosamente al guinzaglio di padroni intenti a fare altro. Il rimanente 1% (tra cui ci sono anche io) ovvero 5/6 persone in tutto, osserva gli altri, questo mondo immerso in una solitudine di massa.

Sul marciapiede vicino a me una signora sta parlando al suo cellulare, al suo fianco una bimba di 6/7 anni immersa dentro l’avventura delle LOL che sgambettano (si fa per dire) dentro il suo cellulare rosa.

La signora sta dicendo che è un po’ stanca di aspettare e che mancano ancora 10 minuti perché arrivi il treno. Sta aspettando il mio stesso treno.

Chiude la chiamata e inizia (o meglio continua) a fare ciò che faceva prima: smanettare sullo smartphone.

Non era mia intenzione origliare ma come ben tutti sappiamo è pressochè impossibile non farsi i fatti altrui: o ti metti in cuffia e ascolti musica, ti riempi di suoni per evitare altri suoni, oppure non ce la puoi fare.

La cosa che ha attratto la mia attenzione è proprio il fatto che abbiamo la stessa destinazione.

Trascorrono un paio di minuti e sul nostro binario arriva un treno, la destinazione non è la nostra ma un’altra. La signora prende per mano la bambina e la strattona dicendole di muoversi.

Non ho potuto resistere dal richiamarla: “Signora, non è il suo treno”, lei si gira, guarda il monitor e dice alla bimba: “Vedi? Non sei attenta! Dovevi dirmi che non è il nostro treno! Te l’ho ben detto che il nostro treno arriva alle 18,20”.

Rimango a dir poco attonita, non ho proprio un solo pensiero traducibile in parole pronto ad uscire, preferisco tacere.

Se non intervenivo la signora si ritrovava da tutt’altra parte.

Poi come nulla fosse la sua attività è continuata, fino all’arrivo del treno giusto.

Rischio di cadere in una sorta di depressione profonda, a cosa serve tutto il lavoro che stiamo facendo? Per chi parlo usando tonnellate di aria durante le mie serate? Che fine fanno i quintali di inchiostro che vengono utilizzati per scrivere i libri su cui raccomandiamo consapevolezza educativa, attenzione ai più piccoli, un minimo sindacale di buon esempio?

Rimango con questo punto di domanda stampato in fronte, mentre mi sembra di essere inserita in un mondo che non è il mio mondo.

Mi sento di non appartenere a questa giungla che cammina senza guardare dove va, che fa le azioni quotidiane senza prestare attenzione alle azioni stesse, che si mette a sedere in treno e non si accorge che sta calpestando il piede del vicino, che tiene suonerie da incubo e parla urlando di modo che tutti conoscono che cosa si mangerà la sera a casa del tale o quali problemi di sesso ha la moglie di talaltro.

Con Mafalda mi verrebbe da gridare: fermate il mondo, voglio scendere!!!

Poi rinsavisco, mi ricordo che io ho sempre detto che voglio vedere il bicchiere mezzo pieno, allora salgo sul mio treno, mi siedo dove c’è una vecchia signora che anche avesse lo smartphone non riuscirebbe a vederlo da tanto vecchia è, traggo dalla mia borsa il mio bel romanzo e mi immergo nelle righe, entro in un’altra dimensione e faccio quello che ho sempre detestato: mi isolo dal genere umano.

Fino alla prossima stazione.