Terzo numero 2018: Sessantotto educativo

HO CHIUSO DIETRO DI ME LA PORTA DI CASA

Paola Cosolo Marangon intervista Erri De Luca

 

Nato a Napoli Erri De Luca ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia.

Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. A 18 anni lascia Napoli e inizia l’impegno politico nella sinistra extraparlamentare, che dura fino ai 30 anni. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. Pratica alpinismo. Le sue montagne preferite sono le Dolomiti.

Nel 2011 ha creato la Fondazione Erri De Luca http://fondazionerrideluca.com/web/bio/ con finalità culturali e sociali attraverso gli strumenti comunicativi delle diverse discipline artistiche. Nel settembre 2013 e’ stato incriminato per “istigazione a commettere reati”, in seguito a interviste in sostegno della lotta NOTAV in Val di Susa. Il processo iniziato il 28 gennaio 2015 si è concluso dopo cinque udienze il 19 ottobre 2015 con l’assoluzione ” perché il fatto non sussiste”. A sua difesa ha pubblicato “La Parola Contraria”, Feltrinelli. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi

 

Quale è il ricordo più importante che hai del ’68?

La porta di casa che ho chiuso piano dietro di me un pomeriggio, andandomene senza ritorno, senza avvertire. Bagaglio minimo, senza sapere per dove, il primo gradino in discesa verso l’uscita conteneva tutti gli abissi che non conoscevo. Il rumore di quella porta chiusa alle spalle mi apriva il deserto della libertà

 

La scuola che peso aveva in quel periodo? Nella tua esperienza gli insegnanti sono stati tuoi interlocutori?

Il liceo era per me una camicia di forza. Certi giorni lo evitavo andando a chiudermi allo zoo. Un solo insegnante era sia competente che esemplare, ho scritto di lui in un racconto (Il pannello.) uscito da quelle aule ho saputo che non sarei entrato in nessun’altra e che gli esami finivano lì.

 

A quel tempo avevi 18 anni, che cosa chiedeva la tua generazione? In che relazione si metteva con il mondo adulto?

A 17 avevo partecipato alla prima manifestazione, era per il Vietnam, a Napoli. Quella gioventù si impicciava del mondo. Poi l’ho incontrata in mezzo alle strade e ai gas lacrimogeni di altre città. Ma ne facevo già parte attiva. Stava dalla parte di chi rovesciava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi. Praticava nuove libertà di vita in comune, apparteneva a se stessa, non a una famiglia, a una città, a una squadra

 

La tua famiglia e i genitori in genere come vivevano i movimenti portati da un nuovo modo di porsi dei giovani?

I miei avevano perso i contatti con me. Li informavo poco e da lontano. Ma hanno continuato a volermi bene e molti anni dopo sono venuti a abitare da me. Mio padre aveva raccolto in volumi rilegati in rosso l’intera raccolta del quotidiano Lotta Continua. Grazie a quel suo lavoro ho potuto mettere in rete quelle pubblicazioni, grazie alla fondazione che porta il mio nome.

 

Una cosa che pensi di aver imparato da quegli anni

La libertà non è in elenco di diritti garantiti, ma un continuo azzardo per mantenerli, una continua lotta per ribadirli. Si può farlo solo dal basso e dentro una comunità di intenti.

 

Avere 18 anni oggi è un abisso rispetto a cinquant’anni fa. A tuo avviso i giovani oggi cosa chiedono? Cosa vogliono? Cosa sono disposti a dare/fare?

Non sono padre, non conosco da vicino i giovani di adesso. Vado da invitato nelle aule ma devo parlare io invece di ascoltare loro. A differenza dei miei 18, loro sono in schiacciata inferiorità numerica rispetto agli adulti e agli anziani. Oggi l’Italia è senile e lo sono per riflesso i comportamenti sociali. Dilagano paure senili, mode senili, i modelli sono senili. I giovani sono sotto minaccia di sfratto da parte degli anziani e già vari milioni se ne sono andati all’estero. La risposta della gioventù oggi è l’attesa dentro un’anticamera, come l’attesa dell’agrimensore di Kafka fuori da Il Castello.