UN NASO ROSSO NON SEMPRE FA RIDERE

Il naso rosso è da sempre sinonimo di divertimento. Lo portano i pagliacci, quegli eterni bambini che fanno ridere amaramente. I piccoli si divertono, i più grandi sospirano incapaci spesso di immedesimarsi nei gesti goffi e nelle ripetute cadute a terra tipiche di chi inizia a camminare e non sa bene dove dirigersi. I bambini li amano ma alcuni li temono, soprattutto se sono troppo piccoli. Al di sotto del terzo anno capita che un bambino si metta a piangere a dirotto di fronte a qualsiasi maschera, da San Nicolò a Babbo Natale, dal pagliaccio a qualsiasi altro volto celato.
Il pagliaccio entra nelle corsie di ospedale, il dottor Sorriso di Patch Adams e tutti quelli nati dalla sua esperienza veste il naso rosso per portare un sorriso a chi sta male.
La funzione del naso rosso è quella di mettere una maschera minima, basta quella per dare un messaggio di allegria e di gioia.
Cosa succede però se quel naso rosso diventa un piccolo incubo?
No, non mi sto riferendo ai film tratti dai romanzi di Stephen King, molto più semplicemente mi riferisco alla vita di ogni giorno.
Vi racconto l’aneddoto per farmi comprendere subito.
Istituto dove svolgo consulenze, entra una bimba con la sua mamma, sono venute ad iscriversi ad un corso di gioco teatro. Quando la segretaria consegna il dépliant con gli orari la bimba si mette a piangere e dice di aver cambiato idea, non vuole più partecipare a quel corso. Con delicatezza si cerca di capire il motivo e con nostro stupore la bimba mostra la foto presente sul dépliant, un bambino con un naso rosso infilato sul volto.
La mamma spiega che nel gioco teatro non ci sono i clown, ma la bimba sembra irremovibile.
Lasciamo stare, meglio sviare la piccola e tornare in un secondo momento, tanto il corso non parte immediatamente.
Incontro la mamma qualche giorno dopo e scopro il motivo per cui la piccola rifiuta categoricamente il naso rosso. Nella sua scuola, una scuola dell’infanzia – dunque bimbi dai 3 ai 6 anni – le maestre mettono il naso rosso ai piccoli che fanno i buffoni poi chiedono a tutti gli altri bimbi di mettersi in cerchio e di ridere di loro.
Mi sono fatta raccontare più volte la cosa perché davvero non volevo crederci.
Non conosco le insegnanti ma mi piacerebbe davvero poter parlare con loro.
Evidentemente la psicologia infantile non fa parte della materia di studio di queste persone, l’umiliazione che prova un bambino gli rimane per tutta la vita. La nostra bimba in questione non è mai stata sottoposta a questa tortura ma lo stesso vive un senso di disagio profondo.
Sedie su cui pensare, angoli dove andare a riflettere, nasi rossi.
Cosa manca a questi insegnanti? Quali traumi infantili devono risolvere per essere così crudeli?
Non posso che rimanere molto perplessa a fronte di queste situazioni, c’è tanto lavoro da fare.