VIDEOGIOCHI E AGGRESSIVITA’

Torno su di un tema che sta tenendo banco da molti anni. Ci sono due correnti che si contrappongono, c’è chi sostiene che i videogiochi siano correlati con una maggiore aggressività e propensione alla violenza e chi invece sostiene che non hanno nulla a che fare e che i ragazzi attraverso i videogiochi possono sviluppare creatività e curiosità.

Non posso mettermi né da una parte né dall’altra perché in qualche misura entrambi hanno ragione. Alcuni studi riportati anni fa[1] avevano evidenziato quanto una parte dei maschi tendeva a prediligere giochi capaci di suscitare un forte coinvolgimento emotivo che suscitava emozioni intense di “rabbia”, “ansia”, “esaltazione”. E’ il tipico esempio dei giochi cosiddetti “di guerra” o dove l’eliminazione dell’altro portava vera e propria esaltazione. In questo studio, riprendendo un altro del 2007[2] si era “cercato di dimostrare come i videogiochi violenti incrementino l’aggressività quando i giocatori tendono ad identificarsi con i personaggi del gioco, in particolare quando ha caratteristiche di particolare realismo ed immersività (…) tendono ad identificarsi con le caratteristiche del personaggio violento, con il risultato di diventare ancora più violenti”[3].

Se pensiamo ai videogiochi che i nostri bambini e ragazzi utilizzano oggigiorno, purtroppo questi rischi sono tutti sul piatto, sono videogiochi molto persuasivi, l’identificazione è pressoché immediata e il realismo è davvero sconvolgente e non riguarda più solo i maschi, anzi.

Ci sono poi gli studi dell’altra corrente, dove invece si afferma che non ci sarebbero correlazione tra agiti violenti e fruizione di videogame. Una recente meta analisi[4] ha comparato tutti gli studi più recenti su questo campo e ne è emerso che la controversia delle ricerche è data da difetti di valutazione e di somministrazione dei questionari. Gli studi sono ricchi di errori e si fa fatica a fare una reale ed effettiva comparazione. “Mentre la maggior parte di coloro che conducono ricerche su questo argomento sostengono che giocare a tali giochi aumenta il comportamento aggressivo, una minoranza vocale ha sostenuto che la relazione tra gioco e comportamento aggressivo nel mondo reale è nella migliore delle ipotesi sopravvalutata e nel peggiore dei casi falsa[5]”. Ci sono in ballo molti interessi anche di tipo economico e si fa fatica a mettere in campo ricerche serie e significative che consentano di orientare i genitori. C’è un continuo tira e molla e sembra di essere sempre o troppo ansiosi o troppo permissivi.

Ci sono alcune evidenze che indicano, in qualche misura, la necessità di intraprendere una strada da percorrere con un minimo di consapevolezza.

Succede sempre più spesso che genitori in consulenza mi parlino delle reazioni molto forti da parte dei figli quando viene posto un limite al gioco o quando questo viene interrotto. Mi hanno raccontato di sedie rovesciate, parolacce, urla, aggressività esasperata, in un caso addirittura una porta a vetri sfondata.

Tutto ciò ci fa sospettare che tutto molto tranquillo non sia.

Che fare allora?

Il comportamento umano, e quindi il comportamento aggressivo, vanno studiati nella loro complessità e non si prestano a semplificazioni.

Personalità, contesto sociale e familiare, genetica, sono tutti fattori che influenzano le razioni aggressive, detto questo dobbiamo però cercare di agire con un minimo di buonsenso. Vediamo come:

  • Informarsi sul PEGI (Il Pan European Game Information è il metodo di classificazione valido su quasi tutto il territorio europeo usato per classificare i videogiochi attraverso cinque categorie di età e otto descrizioni di contenuto.) Non consentiamo ai nostri figli di giocare con giochi non adatti alla loro età.
  • Conoscere le tipologie di gioco e magari provarne qualcuno, per rendersi conto di ciò che fanno e decidere anche se è adeguato o meno a nostro figlio/a.
  • Controllare gli amici di gioco con cui stanno on line i nostri figli: non passa giorno che non accadano adescamenti. E’ necessario sapere con chi giocano.
  • Limitare il tempo del gioco (in base all’età) e favorire le uscite all’aria aperta, i contatti reali con coetanei.
  • Non lasciarli giocare ogni giorno. E’ importante che non diventi un’abitudine consolidata, si può rischiare la dipendenza.
  • Mai da soli chiusi in una stanza (fino ai 17/18 anni)
  • Fatevi raccontare le emozioni provate, parlatene assieme anche per aiutarli a stare dentro la consapevolezza della finzione.

Detto questo, più socialità e meno virtuale, questa potrebbe essere una buona risposta anche a tutti gli eccessi emotivi.

[1] Caretti nel 2000 ha descritto una patologia specifica legata all’utilizzo della Rete e dei Videogiochi denominata Disturbo da Trance Dissociativa da Videoterminale , Uhlmann et al., 2004, Bartholow et al. (2005) dell’Università del Missouri, Green et al., 2007,

[2] Konijn et al. (2007)

[3] Vedere I videogiochi, gli stili di vita e la salute mentale di bam bini e adolescenti, Centro Studi Minori e Media, 2007, La presente scheda era stata redatta dal Prof. Daniele La Barbera, Ordinario di Psichiatria, Dipartimento di Neuroscienze Cliniche dell’Università degli Studi di Palermo; Dott.ssa Laura Ferraro, Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Neuroscienze Cliniche dell’Università di Palermo; Dott.ssa Lucia Sideli, Dottoranda di ricerca in Neuroscienze e disturbi del comportamento presso il Dipartimento di Neuroscienze Cliniche dell’Università di Palermo.

[4]Metaanalysis of the relationship between violent video game play and physical aggression over time Anna T. Prescotta, James D. Sargentb, and Jay G. Hulla,1

aDepartment of Psychological and Brain Sciences, Dartmouth College, Hanover, NH 03755; and bDepartment of Pediatrics, Geisel School of Medicine, Dartmouth College, Hanover, NH 03755

Edited by David E. Meyer, University of Michigan, Ann Arbor, MI, and approved August 10, 2017 (received for review August 27, 2016)

[5] Ibidem